Riccardo degli orrori

09/09/2019 97 0 0

Il Riccardo III° di Shakespeare è un testo straordinario e misterioso. Straordinario, perché disegna una parabola del Male Assoluto, intrisa di un cinismo, una perfidia e una cattiveria talmente totali e magniloquenti da far diventare questo Male “epico”: un “topos”, sui peggiori sentimenti e sulle peggiori nefandezze del genere umano. Misterioso, perché si basa su elementi in gran parte romanzati (Riccardo III° – come dimostrato dal ritrovamento del suo scheletro nel 2012 – aveva sì una leggera scoliosi ma non era affatto deforme e neppure spietato come raccontato dal Bardo), e perché fondamentalmente tutto ruota attorno alla titanica maledizione di Margherita, che scena dopo scena si avvera punto per punto. D’altra parte in Shakespeare gli elementi di stregoneria (oggi diremmo esoterismo) non mancano di certo: dalle streghe del Macbeth, agli intrugli di Frate Lorenzo in Romeo e Giulietta, ai succhi magici di Puck nel Sogno di una Notte di Mezza Estate, ma moltissimi altri se ne potrebbero citare. 

Nella sempre magnifica ambientazione del Globe di Villa Borghese, da ormai 15 anni Gigi Proietti dirige una stagione estiva che ha illuminato di cultura le estati romane, per lo più caratterizzate da Techno Parties, fiumi di aperitivi, e bancarelle. Il Teatro, per chi lo cerca anche in estate, a Roma c’è ed è targato Shakespeare. E non è cosa da poco. Il cartellone di quest’anno, tuttavia, offre solo riprese, anche molto recenti (e non tutte di eccezionale livello), ma tra queste la più allettante (anche perché – scopriamo in internet – vecchia di ben 7 anni) è certamente Riccardo III°, per la regia di Marco Carniti.

Diciamo subito che lo spettacolo è oggettivamente di grande impatto: scene (Fabiana Di Marco) , musiche David Barittoni), luci (Umile Venieri) e costumi (Maria Filippi) avvolgono una eccellente compagnia in tre ore destinate a rimanere nella memoria degli spettatori, perché si assiste a qualcosa che ricorda il Cinema per immagini, forza e velocità. La lunga lama rossa, circondata da corde che ricordano il costato di uno scheletro sanguinolento, vomita i personaggi verso un baratro maligno in cui tutti inesorabilmente cadranno. Un buco nero dal quale non c’è scampo e che in ogni nefandezza (e sono davvero tante e agghiaccianti) soffia sul pubblico il suo alito putrido e diabolico. E’ uno spettacolo Pulp, splatter, con torture a vista e sangue in abbondanza. Una macchina della morte spietata e scioccante. Peccato che – complice la scomodità delle sedute – le tre ogni tanto si sentano. 

La trama sarebbe molto semplice: la scalata da parte di Riccardo al trono di Inghilterra su cui siede il fratello Edoardo, atto conclusivo della Guerra delle Rose che ha visto contrapposti i Lancaster e gli York, e che aprirà le porte al fiorire della dinastia dei Tudor. Sete di potere: nulla di più contemporaneo. La storia raccontata da Shakespeare, certamente influenzata dalle notizie diffamanti sugli York messe in campo dai Lancaster, dipinge Riccardo come un vero e proprio mostro, nell’aspetto e nei comportamenti, donando all’Umanità un personaggio talmente negativo da diventare un emblema di malvagità, teatralmente attrattivo e affascinante. Un “cinghiale” maligno che ogni attore vorrebbe nella sua carriera incontrare. 

Maurizio Donadoni, nell’ottica eccessiva di Shakespeare, sembra un perfetto Riccardo III°: imponente, energico, mutevole, violento e aggressivo, restituisce al personaggio delle sfumature interpretative straordinarie, attraverso una naturalezza greve e cialtrona (ma con quanto mestiere!), che a volte sembra uscire dal copione per concedersi un adattamento personale del testo attraverso inceppi, tirate senza fiato, frenate brusche e spunti apparentemente improvvisati. Ma il tutto con una aderenza narrativa esemplare, appoggiata ad un impegno fisico poderoso ed estenuante. La semplicità quasi fanciullesca con cui ordisce i suoi massacri mostra una psicologia elementare ma raffinatissima, ineluttabile nel suo disegno malvagio, e il momento dell’intromissione della coscienza che gli sbatte in faccia la sua mostruosità, in cui l’attore in un bipolarismo struggente sdoppia la voce, è uno straordinario momento di Teatro. Donadoni/Riccardo domina e gestisce tutto lo spettacolo con una maestria assoluta, ricca di sorprese e sfumature.

E la regia di Marco Carniti sembra assecondarlo in tutto, sembra avergli ceduto le redini di uno spettacolo in cui l’indomabilità di Riccardo (e di Donadoni) la fa da padrona. 

Il segno della direzione registica è comunque ben evidente sull’impianto generale, dettato da un ritmo vertiginoso che se ci lascia senza fiato: a tratti è persino troppo veloce impedendoci di gustare le sfumature degli altri personaggi e di snocciolare i dettagli della trama che – essendo caratterizzata da fatti storici riferibili a monarchi e nobili che si chiamano tutti Edoardo, Riccardo, Elisabetta, Margherita ecc – con tale velocità si fa difficoltà a decodificare. 

Carniti però, in questa sua corsa dentro il Male, frena clamorosamente su tutte le scene femminili, su cui – forse per la sua frequentazione operistica – si concede improvvisi momenti melodrammatici connotati da un “largo” che ci sembra un po’ eccessivo. Forse è in queste scene che si perde un po’ il fuoco: troppo lunghe ma soprattutto volutamente lentissime, in cui il contrappunto con il resto dello spettacolo – velocissimo – risulta sbilanciato. Ne è paradigma il personaggio di Margherita, a cui la regia dona due respiri enormi, due apnee ritmiche: quasi uno spettacolo nello spettacolo affidato alla sempre notevole Melania Giglio, che però stavolta sembra compiacersi delle straordinarie doti vocali che ha, offrendoci due scene che sanno di virtuosismo a sé stante e appaiono scollate da tutto il resto, e caratterizzando la sua Margherita in maniera un po’ troppo fumettistica, quasi da strega Disney: si guarda l’attrice e non più il  personaggio, secondo una modalità interpretativa che la Giglio reitera – seppur egregiamente – in molti dei personaggi che negli anni le abbiamo visto affrontare. Ma la Regia le da evidentemente carta bianca, anche se – e questo è l’unico appunto formale – questo mette in luce una pericolosa discontinuità interpretativa nel cast. Il livello attoriale è comunque altissimo, ma pecca di mancanza di unità stilistica, concede risalto ad alcuni attori e ne sacrifica altri che, seppure con personaggi minori, avrebbero il merito di una maggiore visibilità. E con l’imprinting macroscopico di Donadoni, che con la sua interpretazione sapientemente sporca, vera, cinematografica fa da guida a tutto lo spettacolo, i personaggi che “parlano” tra loro, togliendo pericolose impalcature auliche o teatrose, risultano inevitabilmente vincenti e avvincenti. E’ il caso di Patrizio Cigliano che ci offre un bellissimo Lord Hastings – il Lord Ciambellano della Corte: fiero, consapevole del suo peso istituzionale, che porta nella Corte il dubbio della infausta scalata di Riccardo. E’ pronto a tradirlo, ma in nome della legalità che si contrappone alla sregolatezza del protagonista. Il suo slogan “la politica ha le sue regole” descrive un politico puro, e come i veri politici ha le sue strategie (e ci ricorda la nuova classe dirigente, fatta di giovani abilmente calcolatori). Si batte per l’incoronazione del legittimo erede (il principe Edoardo), perché ha intuito le perfide manovre di Riccardo. E quando in punto di morte (agghiacciante la sua decapitazione) ci ammonisce che “la politica ha le sue regole, questo cinghiale no”, battezza il sottotitolo dello spettacolo. Cigliano in scena “parla”, aggiungendo sottotesti e sentimenti che in questo “Riccardo degli orrori” raccontano l’altra metà della storia, fatta di quella psicologia che nel ritmo violento dello spettacolo potrebbe perdersi. Peccato che “muoia” così presto. “Parla” anche l’ottima Antonella Civale, che dà alla sua Regina Elisabetta una regalità umana, ricca di sfumature e passione, dolente nella consapevolezza di trovarsi nella irreversibile tana del cinghiale. Paila Pavese è una sconfitta Duchessa di York, devastata dall’essere madre di un tale mostro. Potente e dolorosa, la sua maledizione finale su suo figlio Riccardo. Gianluigi Fogacci, con grande esperienza, rende mellifluo un Buckingham che lavora sotto traccia, a volte indulgendo un po’ troppo verso una recitazione borghese, formale, che a tratti cita vocalmente Johnny Dorelli forse per rendere più ironico il personaggio. E’ spalla di Donadoni per molto spettacolo, con cui si concede anche alcune boutade comiche extra testo (riferimenti a recenti fatti della nostra politica) che risultano gratuite e persino cabarettistiche. La brava Federica Bern è una dolente e addolorata Lady Anna, in una vigorosa scena con Riccardo. Re Edoardo ha il peso morente di un vibrante Nicola D’Eramo. Tommaso Cardarelli, in una difficilissima scena a testa in giù sul tavolo delle torture, è un Clarence con una vocalità vagamente Gassmaniana che se mette in luce le sue capacità classiche, allontana un po’ dal realismo crudo del resto dello spettacolo. I due principini hanno le fattezze efebiche dei bravi Sebastian Gimelli Morosini e Dario Guidi, unici vestiti di bianco come a descrivere la purezza di chi ancora non è stato macchiato dalla bramosia di potere. Ma il cast – come detto – è notevole, e si fanno notare anche Raffaele Latagliata (Lord Rivers), Mauro Santopietro (Catesby), Matteo Milani (Lord Stanley) e Diego Facciotti (Ratcliff). Roberto Fazioli e Alessio Sardelli completano il cast. Bellissimo il combattimento finale tra Riccardo e Richmond (l’energico Tommaso Ramenghi). In un cast così tanto rilevante, ci rammarica dover notare (ma dobbiamo essere cronisti fino in fondo) che la giovanissima e deliziosa Zemka Zahirovic purtroppo non risulti essere all’altezza di un tale organico, e questa lacuna salta vistosamente alle orecchie degli spettatori che, forse abituati ai bambini prodigio del cinema, nella sua scena si abbandonano ad un diffuso brusio di perplessità che certamente scomparirà negli anni.

Al Silvano Toti Globe Theatre, fino al 15 settembre 2019.

 

by Barbara Bianchi

 

Categories: Teatro
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