NORD E SUD EUROPA A PARMA NEL NOME DEL JAZZ

04/12/2015 140 0 0

Il connubio fra sonorità del Nord e Sud Europa è possibile. L’obbiettivo del progetto Voci del Nord, Luci del Sud-Luci del Nord, Voci del Sud della ventesima edizione di ParmaJazzFrontiere era proprio questo. Dodici elementi arrivati da cinque diverse accademie internazionali di jazz, capitanati da Roberto Bonati (del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma) hanno espresso in concerto, alla Casa della Musica di Parma, l’esito del progetto che prevedeva la scrittura di alcuni brani ispirati alla fusione di stili e di idee.
Le dinamiche sonore del nord Europa si sono fuse con la potenza, la variabilità e la volubilità tipiche del sud, dell’Italia. Il progetto dimostra che la musica è unione, il jazz più di tutte.

Un metallo, un legno e un libro cadono sul pavimento prima di altri oggetti. Sono già essi stessi suoni che non generano ritmo ma rompono lo spazio come pure tracce di percussioni. Il primo brano In Unison scritto da Greta Eacott (marimba, della Norwegian Academy of Music di Oslo) si lega così a “Trainsketches” di Vegard Kvamme Holum (tromba, stessa accademia) in cui le meccaniche delle chiavi dei sax danno il ritmo prima di un lungo e graffiante soffio, dal nord ma non per questo freddo. Le sonorità si fanno subito intense e graffianti, scaldate da piano contrabbasso e batteria. Così i cinque fiati si esprimono semplici, efficaci e armoniosi, con la bella presenza di  di Mathias Aanundsen Hagen (sax tenore, del Department of Music and Dance dell’Università di Stavanger) e soprattutto di Manuel Calliumi (sax contralto, del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma) musicista da segnare in taccuino e continuare a seguire per la forza espressiva.
In Presage di Rudolfs Macats (tastiere e piano, del Rhythmic Music Conservatory di Copenhagen) il suono nasale del sassofono di Gabriele Fava (del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma) graffia e parla a rasentare una prova al limite fisico, seguito da un contrabbasso da evoluzione quasi circense, per le variazioni sonore proposte. Anche il resto del gruppo sa il fatto suo.
A contrasto di quel brano muscolare arriva Across the Lakes scritto da Christian Balvig Pehrson (piano, dell’Academy of Music and Drama di Göteborg) in cui la vibrazione, apparentemente senza spazio, aumenta di intensità fino a increspare il tempo. Anche quello musicale. Il giovane pianista propone brevi e brillanti arie da carillon che inframezzano e introducono in modo flebile il gran pieno d’orchestra prima di tornare, nel finale, alla calma dell’inizio con battiti di labbra che simulano gocce di pioggia.
La forza della tromba di Holum esce in Kotinpain di Heidi Ilves (voce, dell’Academy of Music and Drama di Göteborg) con note flebili che si uniscono ai rumori del pianoforte, tanto perfetti da dimostrare quanto siano già essi stessi suoni fino a trasmettere il moto delle onde con dinamiche sonore nate proprio nell’unione fra nord e sud Europa mentre il ritmo viene dato dalla chitarra e la voce diviene tromba dal suono tenuto. La principessa degli ottoni intanto disegna sublimi voli fra note leggere.

Boschung scritto da Knut Kvifte Nesheim (batteria, della Norwegian Academy of Music di Oslo) rompe lo schema. Un brano hot con il trombone iniziale di Vegard Haugen (dal Department of Music and Dance dell’Università di Stavanger) che inebria e offre eccellenti escursioni. Propone vibrazioni che variano nel corso del brano per intensità che non sono del nord come non sono del sud ma del jazz. Un brano potente e serio che non diventa mai accademico.
La suite Borea e Noto di Andrea Grossi (contrabbasso, del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma) si ispira ai venti greci provenienti dai due punti cardinali opposti che caratterizzano il progetto. Dalla calma del fraseggio vibrante del sax si passa alla calca, al suono pieno e potente del pieno d’orchestra dopo il quale si scopre il ritmo, prima di tornare al calore della sonorità del jazz più tradizionale. Incontro ed espressione delle diverse provenienze.
Words è il brano di chiusura proposto da Merje Kägu (chitarra, della Academy of Music and Drama di Göteborg), dalle vibrazioni perfettamente nordiche, interpretazione di un jazz dal ritmo brioso, che non si ferma e non ha nessuna intenzione di farlo. Diventa un jazz da discoteca che si placa in un solo di tromba e contrabbasso ma non sa stare fermo così da coinvolgere al ballo, al movimento dando spazio alle personalità dei musicisti. Suona come il brano di un cd da ascoltare subito.

Impossibile definire il migliore o il peggiore, giusto a fare i puntigliosi si possono nominare quest’ultimo Words e Boschung, brani dalla semplice trama ma dal contenuto forte. Borea e Noto per il lavoro intellettuale.
Il vero successo lo si deve al progetto e alla qualità dei musicisti, non strumentisti, che hanno saputo interpretare, farsi attraversare da una cultura diversa e prenderne alcuni tratti così da portare un cambiamento alla musica. I brani del nord Europa si contaminano e si tolgono il grembiule della perfezione accademica incontrando variazioni dinamiche sonore dal molto piano al molto forte che danno intensità. Un momento su tutti, il batterista Nesheim scarica tutta la forza fisica sui tamburi reazione forse impensata e impensabile per uno scandinavo.
“Luci e voci”, i brani del sud invece si sono ammantati di quel bianco neve, di quel controllo rigoroso e di una sequenza logica forte, di quelle esperienze che cambiano il corso della vita. Un taglio sulla tela è stato prodotto. Non tanto quello che divide o fa cambiare lo spazio, piuttosto quello entro cui gettare lo sguardo per scoprire un futuro possibile, un’intesa, un modo di essere.  Diverso.

Silvio Marvisi

Tags: festival, jazz, musica Categories: Ascolti, Festival, Jazz, Musica
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